Che sia già domani

Se ci penso mi vengono le vertigini. Se provo a fare un conto degli anni che… Ma no, ché in effetti poi fare i conti non mi è mai piaciuto granché. Allora faccio la cosa che più di tutte mi riesce meglio: assaporo queste emozioni. L’entusiasmo dei preparativi. La dolcezza dei loro sorrisi. Qualche timore. L’agitazione. Ma, su tutte, la felicità. La leggo scritta a caratteri cubitali nei loro occhi. La sento urlata nel loro vocio.
DSC_0842E sono emozionata con loro. E per loro. E felice! È il loro – il nostro – primo giorno di scuola. Quella vera. Quella con i quadernoni, l’astuccio, il libro. Quella con la ricreazione. I compiti per casa. Quella dove s’impara a leggere e a scrivere.

Vi guardo dormire. Ascolto il vostro respiro.

Accarezzo i tuoi riccioli, Pietro. E sorrido, pensando a tutte le tue domande. Alle mille risposte che hai. Alla tua paziente impazienza. Alla tua voglia di sapere, di capire. D’imparare. Di far bene. E te lo sussurro, anche se non mi senti, che “a sbagliare non c’è niente di male. Niente! Non te lo dimenticare mai”. E ti bacio.
Accarezzo il tuo capino biondo, Tommaso. E penso a  quel tuo modo così diretto di arrivare. Trasparente. Passionale. A quello zainone che ti porti dietro ovunque, da Luglio. Domani è il gran giorno, finalmente potrai usarlo come si deve. Mi scappa da ridere. E ti bacio.
E mi si riempie il cuore di tenerezza. E v’immagino tra qualche ora. Sorridenti. Impazienti di uscire di casa. Agitati. A urlare qualsiasi cosa vi passi per la mente.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime: è tenerezza.
Emozione.
E ho voglia che sia già domani!

Sarà un passo in più

Bisogna che lo porti a fare un giro alla sua scuola nuova. Perché almeno veda com’è. Per annusarla un pochino. Perché cominci a capire che: ci siamo, è domani!
Siamo (quasi) tutti. C’è lui – Giovanni – che tra un giorno comincerà la scuola materna. E ci sono i suoi fratelli grandi- per darmi man forte.
Le maestre sorridono molto – e questo mi fa felice – e ci fanno fare il giro dell’asilo.
“Allora, Pietro, che dici dell’asilo nuovo di Gio?”.
“È bellissimo! Ci sono un sacco di giochi”.
È esattamente quello che speravo dicesse. Ma lui – Gio – mi stringe forte la mano. E arriccia la bocca. E gli viene quella faccia buffa di quando non vuole fare qualcosa.
Non c’è bisogno che dica nulla: lo vedo. Lo sento benissimo.
Torniamo a casa e gli provo il grembiule: “Guarda come sei bello, Gio! Il grembiule come i bimbi grandi!”.
E lui non ne vuole sapere. Allora lo togliamo. E rimane appeso sulla gruccia, in corridoio, per tutto il pomeriggio. Lui ci passa davanti un sacco di volte e, ogni volta, lo ignora. Finché non arriva il babbo: allora glielo fa vedere, fiero.
“È i’ ghembiule mio della mia ccuola materna”. E sorride.
Penso che sarà dura. L’inserimento, le maestre nuove, i nuovi amici. Che sarà dura ma passerà.
E penso a quel suo modo così dolce che ha di affrontare le fatiche, i tanti “no” che si sente dire, i compromessi a cui deve scendere. Penso ai suoi grandi sorrisi, ai suoi grandissimi pianti. A quel suo modo di “sentire” così pieno. E profondo.

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Si divertirà.
“Divertiti, piccolo Giovanni! E sarà un passo in più. Per te. E per me”.
È il mio augurio per te, all’inizio di questa nuova avventura.