Milano 25

“La morte ti insegna l’amore”. Ecco, il mio giro sul taxi di Caterina sta tutto in questa frase. Ma detta così, forse a qualcuno potrebbe suonare male. Allora aggiungeteci colore in quantità: usate tutti i colori che vi vengono in mente. Tutti! Io uso l’azzurro del cielo del “Milano 25“, il rosa del mantello di Caterina, il verde dei suoi stivali, e l’acquamarina dei suoi occhi meravigliosi.

E se ancora questa frase continua a suonarvi cosìcosì, chiamate il 4242. E se vedendola arrivare vi scapperà un sorriso, siete già a buon punto. Montate sul taxi e lasciatevi stupire. Lasciatevi guidare. Io l’ho fatto. Caterina mi ha portata nel suo mondo, fatto di gioia consapevole e amore autentico. Di dolore profondo e commozione sincera. Di leggerezza e di colori. Di lacrime e sorrisi. Un mondo di supereroi: superAdry, superRoby. Sono bambine e bambini che combattono contro le malattie più cattive. Lei li accompagna per un pezzettino di vita.

Caterina è zia, sorella d’amore delle loro mamme. Con loro condivide paure, dolore, speranze, gioia. E tanti momenti piccoli e preziosi della vita quotidiana. Lei è speciale. Anzi no, è una persona normale che c’ha creduto. E così ha reso possibile l’impossibile.
Vi potrebbe capitare di incontrarla: alla guida del suo taxi, in ospedale a trovare uno dei suoi supereroi. A prendere un caffè. Lasciatevi abbagliare dalla sua luce. Lasciatevi contagiare dalla sua gioia, invadere dall’Amore. Senza paura. E allora sentirete anche voi che sì, davvero: la morte ti insegna l’amore.

Cara maestra

Dodici minuti di visita guidata in una scuola vuota. È l’open day.
Son poco convinta: mi fermo a guardare i cartelloni appesi alle pareti, la disposizione dei banchi – no, quella è meglio che non la guardi! Sbircio tra i libri della piccolissima biblioteca di classe. Entro in “PRIMA B”. E tutt’un tratto mi ritrovo nella mia “PRIMA B”, in via Cimabue.
Il mio primo giorno di scuola, con la maestra Anna e la sua mela rossa – giuro!
Francesco, col suo caschetto biondo. E Lorenzo.
La mia frangia, il cuore che batte all’impazzata.
Cinque anni meravigliosi: i colori, l’amicizia, l’impegno, le risate. Un piccolo amore. E qualche lacrima. Tra quei banchi ho sentito che stavo diventando grande. E sono stata felice.

E ora che sono mamma, guardo questa giovane maestra che mi sorride – poco convinta anche lei. E magari glielo chiedo: sei felice in questa scuola? Perché se sei felice te, maestra. Se è qui che vorresti essere ogni mattina – e non altrove. Se questo è quello che ami, profondamente. Allora, sì. Se sarà un sorriso, ogni mattina, ad accogliere i miei bimbi. Se saprai insegnare loro che insieme c’è più gusto. Se sarai capace di ascoltare, oltre che parlare bene. Se saprai insegnar loro ad ascoltarsi e riconoscere le emozioni che li scuotono. Se saprai incuriosirli e affascinarli al mondo. Se riuscirai ad essere ferma e giusta – o almeno ci proverai. Allora, sì. E m’importerà poco di poesie a memoria o lavoretti. L’ho pensato, ma non mi sono uscite le parole.
E allora quasi quasi queste cose te le scrivo, cara maestra. Hai tutto il tempo per rispondermi.

 

E si riparte

Io son quella degli “stop”. Intimati all’improvviso, mentre viaggi a tutta velocità. Che ti fanno inchiodare e battere il cuore all’impazzata perché proprio non te lo aspettavi. E devi fermarti: non importa dove stavi correndo, da chi, con chi, perché.
Il mio stop è arrivato una settimana fa: la notte tra martedì e mercoledì. In un ambulatorio del Pronto Soccorso Pediatrico dell’Ospedale Meyer. Me l’ha dato una dottoressa giovane, con lo sguardo sicuro di chi sa il fatto suo. “Mamma, questo piccino non può tornare a casa. Vi mandiamo in reparto”.

Siamo io e Giovanni.
Lui in pigiama – io quasi.
Io respiro – lui insomma.
Fa fatica. Ha bisogno dell’ossigeno.
Una mascherina verde. Il suo ciuccio. E comincia il nostro ricovero.
Ho avuto paura? Un po’ sì.
Ma la sensazione che mi porto nel cuore, alla fine di tutto, è la tenerezza.
Per un piccino che lotta e che si riprende. Che piange ma non si arrende. Che per fare due passi spinge l’asta della flebo con tutt’e due le mani, perché in una non ha abbastanza forze.
Che sentendo nella stanza vicina una bambina che piange si fa serio e preoccupato e mi chiede “Mamma, pecchè mimma pange?!”.
Tenerezza.

Perché per una mamma che ha passato gli ultimi 18 mesi della sua vita in una stanza d’ospedale pediatrico, c’è un bambino – suo figlio – che ha passato i primi 18 mesi della sua vita in ospedale e sorride. E batte le manine e ride.
Senza motivo – direbbe qualcuno.
Tenerezza.
E ora che siamo a casa: si riparte!

365 e più

Ve li ricordate i viali pieni di abbracci?! Cos’era, giugno? Ogni albero con un cartello. Ogni cartello un abbraccio. Ogni abbraccio una lingua diversa. E ogni albero che passava, il mio sorriso s’apriva.

Adoro gli abbracci. Adoro abbracciare ed essere abbracciata.
A patto che siano abbracci veri. Di quelli che vanno oltre. Quelli che, a volte, valgon più di qualunque bacio. Perché quando abbracci qualcuno – di un abbraccio vero – senti il suo respiro, il ritmo del suo cuore. Il suo profumo.
E poi non servono parole. Lo dico io, sì. Che sono una chiacchierona cosmica. Che a volte stessi un po’ zittina non sarebbe per nulla male. Io dico che adoro gli abbracci perché sono silenziosi. Perché quello che capisci in un abbraccio non lo capiresti con mille parole.
Ci sono stati degli abbracci meravigliosi, nella mia vita. Abbracci stretti, caldi, di quelli che non esiste nient’altro, intorno. Altri gelidi, ma non per questo meno veri. E poi ci sono quelli dei miei bimbi, che quando li abbraccio ho come la sensazione che potrei stritolarli. Per amore, per la voglia di sentirli, di capire, di scoprirli. Abbracci piccoli – di braccia piccole – che vorrei non finissero mai.

Oggi è il primo giorno del nuovo anno. Nessuna lista dei buoni propositi, per me. Solo una gran voglia di abbracci: 365 – e volendo pure di più. Perché “un abbraccio al giorno…”. O era una mela?!

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Foto: Matteo Azzaroli